2 – PERCORSO DI FORMAZIONE SULLA DIDATTICA DELLA CERAMICA Primo incontro dell’8 ottobre

PERCORSO DI FORMAZIONE SULLA DIDATTICA DELLA CERAMICA

Primo resoconto sull’incontro introduttivo del giorno 8 ottobre 2016 allo Scugnizzo Liberato

Sul senso di un impegno di carattere politico nell’ambito educativo. La premessa da cui parte il mio impegno in questo ambito è che per agire sul terreno delle relazioni tra adulti e non adulti, che è quello che viene comunemente chiamato rapporto educativo, bisogna sottoporsi ad una preliminare “pulizia interiore” se mi passate il termine, che ci consenta di avere presenti le premesse implicite che ci portiamo dentro quando affrontiamo un rapporto con persone non ancora adulte. Noi dovremmo renderci conto che proprio in quanto adulti siamo portatori inconsapevoli di una ideologia di natura autoritaria che concepisce la nostra funzione di adulti come portatori di valori precostituiti, come agenti di una missione formativa. L’ educazione è il nome con cui da un paio di secoli si è impostato questo rapporto: che è un rapporto di natura impositiva dove ai più giovani si vuole trasmettere i valori della nostra organizzazione di vita, della nostra società.

Questa relazione da “educatori” implica una gestione dell’autorità che è di natura imperativa: cosa significa imperativa? significa che non viene riconosciuta pari dignità ai due poli della relazione, solo l’adulto è considerato uomo a tutti gli effetti mentre il non adulto è la parte passiva di fronte a cui i concetti di rispetto, parità, dignità personale, ecc vengono messi tra parentesi e possono tranquillamente essere ignorati quando serve, in nome del diritto dell’adulto di trasmettere i propri valori.

L’autorità dell’adulto non va assolutamente negata ma va declinata in una forma diversa che sappia essere esercitata rispettando appunto la dignità del più giovane: questa autorità la possiamo chiamare di tipo normativo.

E’ importante l’uso delle parole altrimenti si ricade nella ideologia corrente che ha appunto creato il proprio vocabolario che è funzionale al proprio modo di interpretare il mondo: la parola autorità, come la parola potere, se usate in maniera generica non sono adeguate a rispondere ad un nuovo modo di impostare le relazioni umane , così come non lo è la parola educazione (questo termine, nel senso che gli attribuiamo oggi, nasce in realtà nel XVIII secolo con l’illuminismo ed è quindi storicamente determinato – questo discorso sarà oggetto di un successivo approfondimento) . Bisogna quindi fare uno sforzo per creare nuovi linguaggi funzionali ad un nuovo modo di agire e di interpretare il mondo.

Autorità normativa, dicevamo, che si basa su sull’esercizio di un tipo di potere diverso, non imperativo e impositivo, ma legato al sapere che si vuole trasmettere e non più finalizzato all’affermazione della propria autorità: il potere imperativo è autogratificante (la definizione di questo carattere

sarà oggetto anch’esso di un approfondimento successivo) e improduttivo (non serve a creare nuovi saperi); il potere normativo è produttivo di sapere e quindi di autonomia perché si basa sull’ esercizio di un sapere reale. il mio potere in questo caso non è dato dalla mia forza ma dal mio sapere.

Il vero problema non è il contenuto di sapere trasmesso, come invece deve essere tra adulti, ma le modalità attraverso cui questa trasmissione avviene: per questo la parola educazione è inadeguata perché non è in grado di esprimere questa differenza: ricordate i ricorrente dilemma tra educare e istruire? Oppure: l’adulto deve imporsi o lasciare la libertà di scelta? cioè deve essere autoritario o permissivo? bisogna rompere questa gabbia terminologica per uscirne: bisogna cominciare a distinguere tra due tipi di autorità, tra due tipi di educazione, cioè di relazione adulto bambino: le parole da riformare sono autorità e educazione, perché c’è l’autorità buona e quella cattiva, l’educazione buona e quella cattiva. Noi dobbiamo farci carico di questa differenza, altrimenti rimarremo dei conservatori, anche se crediamo di essere dei rivoluzionari.

La prima domanda da porci è a mio parere questa: qual’è la finalità che vogliamo perseguire mettendoci in relazione con i più giovani. Se la risposta è aiutarli a diventare uomini liberi e responsabili del proprio destino, allora il primo passo per ottenere questo è spogliarci dell’eredità di cui siamo i portatori inconsapevoli, cioè fare attenzione a ciò che ci spinge a cercare questo tipo di rapporto e non essere portatori inconsapevoli degli stessi meccanismi con cui noi stessi siamo cresciuti. Se ci dimentichiamo di questo aspetto ricadremo, nonostante le nostre più buone intenzioni, nella loro riproposizione, cioè nella ricostruzione di un rapporto di sudditanza dell’infanzia nei nostri confronti. Questa tendenza alla riproposizione della nostra autorità nei confronti dei bambini ha una ragion d’essere molto concreta a livello psicologico, perché risponde ad un nostro bisogno di gratificazione personale. Questa gratificazione ha poi due risvolti , entrambi nascosti: uno è quello per cui esercitando a nostra volta il potere che abbiamo subito da piccoli cerchiamo in qualche modo un riscatto, una vendetta per le umiliazioni subite, facendole provare ad altri a nostra volta; l’altra che possiamo godere di esercitare a nostra vota un potere imperativo su qualcuno di inferiore, che è comunque una esperienza gratificante che già conosciamo bene per averla vista esercitare da altri adulti significativi. E’ la legge del mimetismo, dell’imitazione ripetitiva, che entra in funzione come elemento ineliminabile dei meccanismi che presiedono al nostro comportamento.

Quello che io vi propongo non è quindi un metodo educativo, ma un atteggiamento educativo ben preciso che si basa sulla pratica della libera espressività, cioè un modo di incoraggiare i bambini ad appropriarsi di alcuni strumenti di cui noi adulti siamo i portatori. bisogna cercare di mettere i bambini in condizione di esercitare la propria autonomia e quindi di sviluppare una personalità libera. E questo lo si può fare innanzitutto mettendoli nelle condizioni di poter usufruire liberamente dei mezzi utili a dare corpo al loro desiderio di conoscere. Il gioco, inteso nella sua natura più profonda è prima di tutto una attività di carattere conoscitivo: la molla che spinge i bambini a giocare non è, come comunemente si crede, quella di essere “spensierati”, cioè di ricercare il divertimento, come se questo potesse essere un fine in sé, ma è proprio il provare divertimento che è il segnale che i bambini stanno apprendendo. Diceva uno che aveva compreso profondamente la natura infantile: “Se siete in grado di diagnosticare la gioia di un bambino e la sua intensità, dovete rendervi conto che la gioia più grande è quella di una difficoltà superata, di uno scopo raggiunto, di un mistero svelato. La gioia di un trionfo, la felicità dell’indipendenza, del dominare, del padroneggiare.” (Korczak)

Capite bene che questi strumenti possono essere i più vari, possono essere quelli offerti dai materiali dell’arte, quindi quelli che utilizzano le immagini, o quelli della parola, o quelli del movimento. insomma tutti i medium che possono essere veicolo di rappresentazioni autonome.

Far praticare attività che si basino sulla libera espressività comporta una tendenziale rinuncia ad assumere un ruolo impositivo nei confronti dei bambini e rispettarne la personalità individuale.

Questo corso (che però preferirei chiamare percorso) prevede lo svolgimento di esperienze dirette con gruppi di bambinie ragazzi già esistenti con cui condurre delle esperienze che consentano una sperimentazione diretta di alcune pratiche. Queste esperienze saranno precedute da una preparazione degli interventi e seguite da una riflessione collettiva sull’accaduto. Si tratterà quindi di provarci ‘in situazione’, vivere l’esperienza formativa sul campo e rielaborarla con il gruppo.

La prospettiva operativa è quella di formare operatori che possano stabilire dei legami comuni sulle impostazioni di principio e di metodo che metteranno in pratica individualmente e\o collettivamente. Questo anche nella prospettiva di condividere ed elaborare future proposte di intervento comuni.

La presenza di adulti esterni al gruppo che intervengono sporadicamente alle sue attività non danneggia l’equilibrio del gruppo in quanto si inserisce all’interno di un’attività che ha già degli adulti che sono il punto di riferimento stabile per i ragazzi: la loro presenza è il filtro attraverso cui i contributi di elementi esterni vengono sentiti come degli elementi che arricchiscono la esperienza interpersonale dei ragazzi, che in questo modo hanno una occasione in più di relazionarsi con adulti consapevoli che dimostrano attenzione nei loro confronti. La presenza di elementi esterni va quindi considerata non come una operazione strumentale ma come un fattore positivo per la crescita dei singoli e del gruppo.

La conduzione di esperienze di tirocinio in gruppi diversi è sempre preceduta da una preparazione comune degli interventi che si andranno a svolgere e sarà seguita da una riflessione comune tra tutti i partecipanti che riporteranno le esperienze condotte nei diversi ambiti e quindi queste diversità di contesti costituiranno un ulteriore elemento di riflessione per il gruppo.

Le diverse modalità di elaborazione delle proposte di lavoro che verranno condotte avranno una componente non meramente tecnica a si baseranno su una continua interazione con le specifiche realtà vissute dai ragazzi; saranno quindi sempre molto legate alle specificità dei vissuti dei ragazzi: come vedremo l’elemento della narrazione autobiografica ed affabuatoria sarà una costante di queste proposte operative.

Iniziative di carattere allargato che permettano la partecipazione, anche in spazi aperti e quindi ampi, di molti ragazzi e quindi di tutto il gruppo degli adulti verranno prese in considerazione in una fase successiva, quando cioè si saranno potute sperimentare le diverse pratiche nei gruppi ristretti.

Andrea Sola